Primarie del centrosinistra 2012 – Le risposte di Bruno Tabacci

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

Le politiche italiane della ricerca sono affette dalla nota sindrome del consenso diffuso per cui tutti a parole attribuiscono la priorità alla ricerca, ma solo per undici mesi l’anno, dimenticandosene però proprio nel mese dedicato dal Governo e dal Parlamento alla Legge Finanziaria, ora Legge di Stabilità, anche se, naturalmente, se si vuole essere seri non si può non tenere conto della compatibilità di bilancio. E ricordo, ad esempio, che proprio nelle ultime sessioni di bilancio alla Camera ho proposto di devolvere alla ricerca quote consistenti dei rimborsi elettorali ai partiti, ma i miei emendamenti in tal senso non sono stati approvati. In ogni caso le questioni concrete da affrontare possono essere raccolte lungo tre linee: quantificazione delle risorse da dedicare, logiche di attribuzione e regole per il loro impiego.

Relativamente alla quantificazione delle risorse da dedicare:

  • premesso che è modesto in Italia il totale investito (poco più dell’1% del PIL) a fronte di una media Europea pari a oltre il doppio, occorre tener presente che mentre lo scarto è contenuto nell’investimento pubblico (in Italia circa lo 0,7 % del PIL contro 1% circa di media europea),  diventa drammatico (dell’ordine di 0.4 % contro 1%) nel confronto sugli investimenti privati. Non è decisiva l’accuratezza o meno di queste cifre, che pur variano nei singoli anni e riflettono anche qualche incertezza e difformità nel confronto internazionale sui criteri di calcolo adottati, mentre è inequivocabile il quadro che ne risulta: la nostra struttura produttiva basata sulle PMI non ha, nemmeno in momenti più favorevoli dell’attuale nel quale molte imprese sono a rischio sopravvivenza, forza sufficiente a investire in ricerca, né può averla , salvo rare eccezioni (controprova ne è la circostanza che le poche grandi industrie high-tech esistenti in Italia hanno livelli di investimento in R&D allineati con gli standard internazionali). Occorre allora un’azione pubblica che tenga conto della situazione e la prospettiva non può che essere l’adozione di un percorso pluriennale di allineamento dell’investimento pubblico ai livelli UE e del numero di ricercatori per abitante (o per unità di PIL), di stimolo degli investimenti privati in R&D, e di promozione della sinergia pubblico privato
  • Più specificamente, vanno riprese esperienze quali i Programmi Nazionali di Ricerca e i Progetti Finalizzati avviate negli anni ’80 perseguendo, però, non una confusa azione di accorpamento delle strutture organizzative degli enti di ricerca, come è stato proposto anche recentemente fortunatamente senza esito, ma un coordinamento sugli obiettivi; non si può prescindere da un’azione di programmazione anche perché troppi Ministeri agiscono singolarmente in Italia sul fronte dell’indirizzo programmatico (e impropriamente anche gestionale) di uno o più enti di ricerca “strumentali” (un termine ambiguo, che configura un recinto e un ruolo circoscritto e predeterminato) esercitando per dirla in “burocratichese” “la vigilanza” (termine sgradevole) senza alcuno sforzo serio di  coordinamento con realtà analoghe sotto l’egida di altri Ministeri. Quando si è passati, ad esempio, dal Ministero per il Coordinamento della Ricerca Scientifica e Tecnologica al Ministero per l’Università e la Ricerca, si è guadagnato il “portafoglio”, cioè un budget proprio, ma si è perso ogni ruolo di coordinamento che, anziché essere trasferito – per esempio alla Presidenza del Consiglio  – è stato semplicemente dimenticato (e ancora oggi non si percepisce nemmeno quanto sarebbe indispensabile invece un coordinamento)
  • vanno promosse donazioni dei privati per la ricerca, oggi ancora poco privilegiate sul piano dello sgravio fiscale, anche perché se opportunamente sollecitati gli Italiani rispondono generosamente; mentre, attualmente, tutto viene lasciato ad uno spontaneismo frammentato che rischia di disaffezionare anche le fasce più sensibili della pubblica opinione
  • va definita una strategia di valorizzazione dei brevetti (e più in generale della proprietà intellettuale), superando la sproporzione tra la capacità del Paese di produrre conoscenze e quella di trarne profitto
  • la UE dovrebbe inoltre impegnarsi di più sull’integrazione delle potenzialità di ricerca dei paesi membri e non limitarsi ad un proprio, se pur rilevante, programma con risorse che valgono comunque poco più del 5% di quanto i paesi dell’UE spendano con fondi (e visioni) nazionali; è lecito domandarsi che ne è stato della tanto declamata costruzione della “European Research Area”: c’erano sicuramente più coraggio e visione all’inizio dell’avventura europea quando si costruivano infrastrutture internazionali oggi lasciate colpevolmente decadere  –  si pensi a Ispra  –  di quanto ve ne siano oggi che, pomposamente, si chiama ERC (European Research Center) un meccanismo di finanziamento di singoli progetti di ricerca, certo encomiabile e  importante, ma che non costituisce un’infrastruttura, ovvero un centro di Ricerca nel senso vero del termine. Per di più occorrerà perfino vigilare affinché il passaggio dalla formula del Programma Quadro alla nuova formula denominata Horizon 2020 non si traduca in un’ulteriore riduzione delle ambizioni europee di puntare realmente sulla ricerca come fattore di sviluppo; un tempo, ad esempio, si costruiva la grande collaborazione EUREKA che rispondeva agli sforzi tecnologici degli USA di Reagan, mentre ora di fatto anche quel disegno è abbandonato a se stesso, mentre non solo gli USA e il Giappone, ma anche la Corea e la Cina diventano sempre più protagonisti nel settore high-tech. Per venire a tempi più recenti, che ne è stato della tanto declamata strategia di Lisbona sulla quale si riponevano tante speranze?

Con riferimento ai criteri di attribuzione rilevano tre aspetti: ricerca di base verso ricerca applicata, priorità tematiche e soggetti da mobilitare:

  • per quanto riguarda l’equilibrio base vs applicata (per la verità una terminologia un po’ antiquata e causa a volte di fraintendimenti) può essere un criterio guida la ripartizione adottata dalla Commissione Europea per il VII Programma Quadro Comunitario che ha visto il 15% destinato alla ricerca a tema libero (cosiddetta curiosity driven), un altro 15% circa destinato allo sviluppo di infrastrutture hardware e software di valenza multi-disciplinare e multi-programmatica e il 70% destinato alla cosiddetta cooperation, cioè alla costruzione di capacità coordinate tra più soggetti, non solo di diversi paesi, ma anche di diversa natura (espresse dal mondo scientifico, dal mondo industriale, ma anche dal mondo della domanda qualificata per esempio in ambito sanitario o ambientale per interventi dimostrativi dell’effettiva rispondenza delle soluzioni proposte); l’ultima partita, che è di peso prevalente, si basa sulla costruzione di  piattaforme tecnologiche in particolare mirate alle tecnologie critiche qualificanti (core enabling technologies);
  • la strumentazione concettuale e l’esperienza pratica dei Programmi Quadro vanno riprese, personalizzandole all’Italia, e applicate in un Piano Nazionale della Ricerca almeno quinquennale mantenendo del modello comunitario la caratteristica di far ricorso a bandi in competizione che prevedano l’integrazione di risorse umane e finanziarie di provenienza diversificata; tra le positività di questo meccanismo ci sarebbe quella di costruire e rafforzare le “squadre” italiane in grado di competere favorevolmente con gli interlocutori europei, anche perché complessità e dimensione dei nuovi progetti UE che sostanziano Horizon 2020 non sono adatte a soggetti di piccole dimensioni e troppo specialistici;
  • per quanto riguarda i temi, tre dovrebbero essere i criteri guida: a) la risposta alle grandi sfide (ambiente, energia, salute biotecnologie sono non a caso evocate nelle domande predisposte alle quali aggiungerei trasporti e in generale logistica e Information and Comunication technologies) b) l’aderenza alle priorità concordate in sede europea; c) le eccellenze nazionali da difendere e sviluppare.

Sul fronte delle regole per l’impiego delle risorse allocate le normative attuali non sono condivisibili e vanno incisivamente migliorate partendo da alcune scelte di fondo:

  • passare dall’attuale approccio basato sulla prescrizione di minuziose regole su comportamenti e procedure che le strutture pubbliche di ricerca possono o debbono seguire al riscontro dei risultati conseguiti;
  • sostenere il decollo delle iniziative di valutazione delle strutture di ricerca e dei singoli ricercatori;
  • far uscire l’assegnazione delle risorse finanziarie, a cominciare dal cosiddetto Fondo di Finanziamento Ordinario dell’Università o Contributo Ordinario dello Stato agli enti Pubblici di Ricerca, dalle sacche delle quote storiche (finora rivisitate solo marginalmente) e attribuire all’esito della valutazione sostanziali, anzi decisivi effetti sull’entità assegnata a ciascun soggetto in stretta correlazione con parametri oggettivi, quali il numero dei ricercatori e la natura della strumentazione necessaria, ma soprattutto in correlazione con i risultati conseguiti, altrimenti la valutazione sarebbe fine a se stessa; dobbiamo evitare che lo strumento della cosiddetta spending review invece di essere un’opportunità per la riqualificazione della spesa si limiti a mettere nuovi vincoli su quantità e modalità di spese delle risorse (al riguardo va osservato che le rigidità procedurali e i tagli “orizzontali” per tipologia di spesa stanno per dare un colpo esiziale alla possibilità per le strutture di ricerca italiane di svolgere ruoli di leadership e coordinamento in progetti multilaterali, faticosamente conquistati, che domandano invece agilità e tempestività di spesa)
  • introdurre l’autonomia nella gestione delle ancorché magre risorse assegnate accompagnata, come detto, da rigorosa valutazione dei risultati, secondo la prassi internazionale
  • accelerare in misura sostanziale i tempi di decisione sulla concessione di finanziamenti; è inaccettabile che l’entità annuale del Contributo ordinario dello Stato venga comunicata all’Ente di Ricerca destinatario quasi alla fine dell’esercizio o che la valutazione preventiva di una proposta progettuale duri alcuni anni (è evidente che gran parte anche delle migliori proposte divengano superate nel frattempo).

Va tenuto presente anche che efficaci e credibili meccanismi di selezione programmatica e di attribuzione delle risorse e della loro gestione, toglierebbero anche argomenti a chi, nel mese della Legge di Stabilità cui accennavo in apertura, finisce con l’avere gioco facile adducendo l’impossibilità di investire in ricerca a scapito di altre esigenze ritenute di maggiore necessità.

Altro tema su cui occorrerebbe riflettere riguarda il trasferimento di competenze sull’innovazione tecnologica, e in parte anche sulla ricerca, alle Regioni, che ha creato più problemi che risultati positivi: il federalismo utilizzato come manifesto ideologico dalla Lega, che un po’ tutti i partiti hanno voluto inseguire, ha generato problemi e perdita di competitività in questo come in molti altri settori della vita economica e sociale del Paese.

La soluzione della questione “giovani ricercatori” può risultare oltre che dalle dinamiche su programmi e risorse di cui sopra, da interventi più mirati quali l’indizione di concorsi seri e scaglionati con una tempistica certa; dalla rimozione delle percentuali inaccettabili sul rimpiazzo del turn-over; dalla riserva di quote dedicate in bandi per il finanziamento di progetti di ricerca e più in generale la responsabilizzazione delle istituzioni di ricerca sulla risorsa umana; da scambi internazionali. Del resto proprio la cosiddetta “fuga dei cervelli”, da una parte segnala la qualità della nostra formazione superiore (o almeno di una parte di essa) ma dall’altra evidenzia la carenza della capacità di valorizzare un investimento in formazione di alto livello sostenuto dal nostro paese. In una visione di integrazione internazionale, al contempo inevitabile e proficua, l’esodo dei cervelli cesserà di essere un problema quando ci sarà equilibrio fra chi sceglie di andar via e chi sceglie dall’estero di venire in Italia. Questo significa essere competitivi: poter offrire opportunità di lavoro attraenti e credibili evitando di chiuderci in protezionismi senza senso.

Il rilievo e le complessità delle questioni poste motivano infine la proposta di tenere dopo tanti anni una Conferenza nazionale sulla ricerca e sull’innovazione come momento di ascolto, riflessione e concertazione.

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

Quanto alle strategie, è evidente la priorità dell’obiettivo e le parole chiave sono prevenzione e manutenzione per entrambi i fronti con diversi contenuti specifici, quali stringenti criteri di anti sismicità per le nuove costruzioni e per gli edifici esistenti ed un piano di messa in sicurezza per le nuove costruzioni; mentre sulla dimensione idrogeologica è necessario riprendere, rivisitandola, la cultura del presidio del territorio che il nostro Paese ha adottato per secoli: è evidente che è necessario un piano pluriennale, anzi pluridecennale, ma questo è motivo per partire subito, non per differire l’avvio. Positivo del resto sarebbe anche l’effetto sull’occupazione attraverso la domanda di consumi virtuosi che avrebbe il beneficio di far ripartire il settore dell’edilizia.

Sul fronte del reperimento delle risorse non si può che operare attraverso un’integrazione tra pubblico e privato attraverso:

  • sgravi fiscali mirati, come avvenuto per le ristrutturazioni e per il risparmio energetico negli edifici
  • finalizzazione degli attuali contributi agricoli anche di fonte UE, riqualificando, per esempio, meccanismi quali il sostegno  –  in verità poco condivisibile nella forma attuale – del cosiddetto set-aside (contributi a chi lascia i terreni incolti) con criteri di selezione delle fattispecie e di quantificazione dei contributi riconducibili al principio dei costi evitati (costi legati al ripristino ex post del dissesto che si causerebbero con l’abbandono dei territori);
  • per le Regioni del Mezzogiorno destinazione a questo obiettivo dei fondi PON e POR di provenienza comunitaria finora utilizzati non adeguatamente quando non utilizzati e quindi restituiti al mittente.

Riguardo agli attori dell’intervento occorre, anche in questo caso, avere il coraggio di superare una frammentazione di competenze che dà luogo a paralisi sotto la mitologia di una malintesa autonomia; vanno riprese, aggiornandole, esperienze positive quali l’antico Genio Civile o i Consorzi di Bonifica che avevano veste privata e funzioni pubbliche, superando attribuzioni generiche con obiettivi troppo diversificati e confusi e con sproporzione fra presunte finalità, poteri e mezzi concreti (tra gli esempi su cui meditare le Comunità Montane, poco incisive salvo eccezioni, i cosiddetti ATO – Ambiti Territoriali Omogenei, la piaga dei cosiddetti “forestali” assai mal utilizzati in alcune Regioni); è opportuno inoltre rivitalizzare il modello dei Parchi che in molti casi hanno operato bene, soprattutto quando hanno trovato equilibrio tra protezione e promozione (in sintesi occorre passare da una lettura legata alla geografia politico-amministrativa a una lettura di territorio e soprattutto degli obiettivi concreti da perseguire. E sarebbe auspicabile varare un Piano Nazionale del Territorio che riunisca volontà e risorse in un disegno coordinato e soprattutto con un respiro temporale coerente con le dimensioni delle tematiche da affrontare. Servirebbe del resto tale Piano anche come punto di congiunzione sinergica degli apporti di vari Ministeri, attorno al Ministero dell’Ambiente.

In sede UE, infine, le risorse destinate a interventi di solidarietà in caso di emergenze dovrebbero essere affiancate da sostegni alle opere di prevenzione e dovrebbe essere introdotto  –  se concordato con gli altri partner – un meccanismo di deroga ai vincoli sul pareggio dei bilanci nazionali per le spese di messa in sicurezza dei territori.

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

Il criterio guida per affrontare responsabilmente queste tematiche è sostenibilità: interpretata come fattibilità proiettata nel tempo e accortamente declinata nelle tre dimensioni di sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e sostenibilità del consenso dei sistemi sociali coinvolti. Rientra nella dimensione del consenso dei sistemi sociali coinvolti ad esempio la questione centrale dei Paesi a tasso elevato di crescita quali la Cina e l’India dove si decide il futuro del pianeta: la Cina installa ogni anno nuova potenza elettrica con centrali a combustibile fossile di entità confrontabile al parco centrali operante in Italia.

Va preso atto della posizione di questi attori decisivi che non intendono subire limitazioni al loro sviluppo (e nemmeno, come avvenuto finora, gli Stati Uniti d’America) e dell’irrilevanza di fatto di una politica di riduzione delle immissioni di anidride carbonica. Né si può ignorare che per questo motivo il Protocollo di Kyoto e le sue successive evoluzioni non hanno funzionato in modo soddisfacente: non si sono significativamente ridotte le immissioni, mentre si è prodotto qualche guasto economico attraverso i meccanismi compensativi all’interno dei paesi.

Non dimenticando i vincoli ineludibili della sostenibilità economica, le azioni dovranno dispiegarsi su diversi fronti:

  • politica decisa di promozione dell’efficienza energetica, un obiettivo che oltre a dare risultati favorevoli sull’ambiente (per le immissioni di qualunque tipo nell’ambiente) agisce positivamente anche su fronti quali appunto la bolletta energetica e l’innovazione tecnologica
  • partecipazione attiva dell’Italia anche attraverso programmi internazionali ad attività di ricerca e sviluppo e dimostrazione sui modelli climatici, sulle strategie di prevenzione e di risposta, in particolare sulla cosiddetta mitigazione delle conseguenze che strettamente correlata anche con il tema della messa in sicurezza del territorio di cui alla domanda precedente)
  • ridiscussione in sede UE delle misure economiche compensative che nell’attuale formulazione penalizzano immotivatamente l’Italia e non danno alcun reale beneficio all’ambiente.

Ma il punto fondamentale è agire nella consapevolezza che non c’è niente di più globalizzato che la questione integrata energia e ambiente, questione da affrontare quindi su scala planetaria: un contributo alla soluzione può giungere da una collaborazione internazionale che veda i paesi in fase di industrializzazione installare impianti ad alta efficienza e a basso impatto il cui costo aggiuntivo rispetto a quello dell’impianto tradizionale sia in parte sostenuto dai paesi già sviluppati che potrebbero fornire le tecnologie e i componenti necessari (e si risponderebbe così alla sovraccapacità produttiva nel mondo) con finanziamenti a lungo termine gestiti da Organismi Finanziari di Cooperazione Internazionali la cui restituzione sia legata anche ai ritorni della vendita dell’energia generata (una sorta di Piano Marshall del settore energetico in joint venture e in project financing internazionale).

Certo è che le decisioni adottate in questi anni sulle installazioni di impianti nei paesi in crescita condizioneranno i prossimi decenni come è certo che al contrario a condizionare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera non saranno la maggiore o minore parsimonia delle immissioni di CO2 in atmosfera legate alle poche nuove installazioni di impianti energetici nei paesi europei (soprattutto per la loro sostanziale irrilevanza sul piano quantitativo). Per lanciare uno slogan semplicistico ma utile sul tema energia ambiente si potrebbe dire “il mondo è adesso, ma rispetto all’Europa è altrove”; dobbiamo prenderne atto ed agire di conseguenza agendo là dove serve nei Paesi appunto come la Cina e l’India.

Altre priorità per la politica energetica sono ovviamente in primo luogo la razionalizzazione e la gestione della domanda (un approccio più moderno ed efficace rispetto a quello evocato dall’espressione risparmio energetico che è in realtà riduttiva)  la riduzione della vulnerabilità degli approvvigionamenti (attraverso la diversificazione delle fonti energetiche e delle provenienze geopolitiche, il rafforzamento delle infrastrutture in termini di reti e stoccaggi, incluso sia il ricorso al ciclo composto da gassificazione, metaniere e rigassificatori sia la promozione delle rinnovabili con un equilibrio tra l’auspicabile velocità di penetrazione e la necessaria selezione delle tecnologie innovative via via disponibili a più elevate prestazioni per evitare un parco costruito velocemente, ma  con  tecnologia ed efficienza basse, anche alla luce del peso degli incentivi che le soluzioni meno efficienti comportano sulla bolletta elettrica.

La ricerca nel settore energetico ha ancora prospettive promettenti e va perseguita con una logica selettiva anche come prerequisito per dare attuazione al concetto di capacity building (costruire nel Paese visto come un sistema integrato della molteplicità di operatori un complesso di infrastrutture non solo impiantistiche, ma anche operative e di competenze) che è alla base di una capacità di risposta dinamica a un quadro non solo tecnologico, ma sociopolitico, socioeconomico e ambientale in evoluzione accelerata rispetto al passato anche recente. Accrescere la capacity building è un investimento sul futuro con ricadute diversificate anche a breve che consente di uscire dal particolarismo e dalla contrapposizione.

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

Sulla fecondazione assistita occorre trovare un equilibrio tra i diritti degli adulti che desiderano divenire genitori e quello degli embrioni; un equilibrio che parta dalla difesa della vita, ma non neghi le possibilità che la scienza mette e metterà a disposizione della volontà di avere figli. E’ necessario perseguire una posizione a livello Unione Europea per evitare “viaggi della speranza o dell’autodeterminazione” con discriminazioni sui diritti concreti basate sulle possibilità economiche. La tematica del cosiddetto testamento biologico pone questioni complesse che è utile approfondire con spirito costruttivo; due devono essere a mio avviso gli elementi di riferimento: va respinto l’accanimento terapeutico e ritengo inaccettabile l’ipotesi del suicidio assistito.

Nell’intervallo definito da questi due estremi, le posizioni differiscono e due domande di particolare rilievo sono se la prosecuzione dell’idratazione e dell’alimentazione rientri nel concetto di accanimento terapeutico (e la mia risposta è no) e se il giudizio sull’accanimento terapeutico debba essere affidato o meno solo al medico curante; credo che la decisione sull’equilibrio tra accanimento terapeutico, terapia del dolore e cure palliative in genere spetti al medico (in una forma che potrebbe anche essere collegiale) il quale deve tenere conto dell’opinione del paziente che risulti però con solida e recente evidenza giuridica e non solo da generiche testimonianze. Con l’occasione esprimo il mio pieno appoggio alla richiesta di rafforzare l’uso dei farmaci che attenuino il dolore dei pazienti in tutte le circostanze. Rimane esemplare peraltro la conclusione della vita terrena del cardinale Martini con la straordinaria testimonianza della nipote.

Una modifica della legge 40 non potrà avvenire a colpi di maggioranza e dovrà essere il risultato di una convergenza quanto più ampia possibile tra le forze politiche che tenga conto di autorevoli avvisi quali quello della Commissione Nazionale di Bioetica, senza pretendere in ogni caso di annullare il mistero della vita.

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

Due premesse di riferimento:

  • il ruolo dell’agricoltura italiana vedrà sempre più pronunciate le tendenze in atto verso prodotti di qualità, di fascia alta che valorizzino specificità organolettiche e culturali; questo segmento di mercato non costituisce occasione di elezione per l’utilizzo nell’agroalimentare di OGM, in quanto l’Italia non è il paese di riferimento per produzioni di massa di derrate “commodity”
  • l’etichettatura che informa il consumatore è uno strumento di trasparenza che, insieme a campagne informative rivolte alla pubblica opinione, deve essere promosso sistematicamente e quindi anche in questo caso.

Alla comunità scientifica e agli Organismi di tutela (per esempio l’Istituto Superiore di Sanità in collegamento con il CNR e il CNRA) spetta la fissazione dei criteri che devono presidiare l’eventuale sperimentazione anche in Italia di OGM in pieno campo allo scopo di evitare effetti indesiderati di qualunque tipo. Anche in questo caso normative dovranno essere dinamicamente assunte a livello UE, ma con un nostro apporto meditato e qualificato, anche con il coinvolgimento dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che ha sede a Parma.

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?

Sotto la dizione medicine alternative sono ricomprese pratiche di diversa natura, origine e valenza. Non può essere in nessun modo derogato il principio basilare del metodo scientifico, basato sull’evidenza e sulla documentazione dei risultati, sulla loro riproducibilità e sul consenso della comunità scientifica internazionale di riferimento e tanto meno si può in un settore così delicato rinunciare a strumenti di regolazione. E’ positiva la dinamica in atto che vede la scienza cosiddetta ufficiale aprirsi a confronti e sperimentazioni (interessanti alcune iniziative in corso in Cina al riguardo), ma sempre nell’ambito del metodo che ho appena ricordato e sempre all’interno di una farmacopea ufficiale gestita in piena responsabilità dalla comunità scientifica: istituzioni quali l’AIFA (Agenzia Italiana per il Farmaco) e la sua omologa europea, l’European Medicines Agency, sono al centro di questo impegno di qualità e certificazione. Il punto più delicato è evitare che la fiducia in sistemi alternativi motivi la mancata adozione di rimedi la cui efficacia è consolidata e universalmente riconosciuta. Considerazioni particolari possono adottarsi per il contesto delle cure cosiddette palliative. L’ammissione al sistema dei rimborsi del SSN non può che essere una conseguenza dell’inserimento nella farmacopea.