Elezioni Europee 2014 – Le risposte di Fare per Fermare il Declino

Fare per Fermare il Declino ha voluto fare la seguente premessa prima di rispondere alle domande: FARE crede in un’idea di Europa federalista, che vuol dire un governo centrale per i grandi temi comuni (es. difesa, politica fiscale, politica estera, etc.), ma ampia libertà agli Stati Membri quando la scelta non induce “esternalità globali” (come nel caso dei vaccini). Detto altrimenti: se un Paese non vaccina i suoi cittadini, per esempio contro il morbillo o la polio, gli effetti negativi ricadono in tutta la Comunità Europea; al contrario, se un Paese vuol farsi male non promuovendo la ricerca scientifica, le conseguenze di tale scelta ricadrebbero solo su di esso.

1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?

Il dibattito sull’utilizzo delle varietà agricole geneticamente modificate (OGM) è largamente influenzato da posizioni ideologiche aprioristiche e paure irrazionali. Le decisioni politiche che regolamentino la questione sull’uso o meno di tali prodotti dovrebbero prescindere da posizioni di questo tenore. Gli OGM vengono ampiamente utilizzati nel mondo da oltre una quindicina d’anni e si calcola che tre miliardi di persone si alimentino con essi senza alcun effetto dannoso documentato per la salute. Probabilmente i movimenti d’opinione sono condizionati da una letterale interpretazione della definizione “Organismi Geneticamente Modificati”, come se alle spalle ci siano rischiose pratiche di laboratorio foriere di sviluppi e scenari incontrollabili ed irreparabili. In realtà la tecnica di modificare i geni di piante, animali e batteri è vecchia e diffusa. Sono state coltivate rose blu, prodotte specie artificiali di cani, creati batteri con specifiche caratteristiche che prima non esistevano. Solo che prima si procedeva per incroci fra individui con caratteristiche particolari fino a selezionare i caratteri desiderati. Per esempio si praticavano (e si continuano a praticare) incroci in campo o, molto più popolarmente, innesti degli alberi da frutto. Oggi le tecniche di modifica genetica si sono raffinate e si è in grado di intervenire direttamente sul gene. Tuttavia non risulta che, finora, ci siano state conseguenze documentate di effetti nocivi da OGM. Ipotesi sì, fatti certi, no. Un’altra corrente di pensiero che avversa gli OGM si basa sulla paura che si possa in qualche modo contaminare in determinati livelli di ibridazione specie naturali o autoctone. Anche questa è però una ipotesi. Non risulta infatti che un fenomeno del genere sia mai stato osservato. D’altra parte la contaminazione e la colonizzazione di specie autoctone con specie importate è un fenomeno globale, in corso da tempo, con effetti più o meno positivi, ma che difficilmente può essere fermato. Attualmente l’autorizzazione in commercio di varietà agricole OGM viene correttamente rilasciata a livello europeo. La procedura dell’EFSA (Agenzia per gli alimenti europea) per l’approvazione di colture OGM in Europa è molto articolata e complessa. Essa appare in grado di fornire tutte le garanzie necessarie sui possibili effetti della coltivazione degli OGM. D’altra parte, o si ha fiducia negli organismi tecnici, oppure si cambia la loro organizzazione e direzione. Non si può accettare il loro parere solo se è conforme alle proprie convinzioni ideologiche. L’Italia ha impedito l’utilizzo in tutto il territorio di una varietà di mais OGM Monsanto (Mon810) contravvenendo ad un’autorizzazione comunitaria. Questa varietà di mais risulta resistente all’attacco di un parassita, la Piralide, che causa gravi danni alle colture con perdita di raccolto e cattiva qualità organolettica del prodotto finale. Per combattere questo parassita si devono effettuare trattamenti con prodotti chimici altamente tossici e costosi e quindi risulta ovvio il vantaggio da un punto di vista ambientale prima che economico dell’utilizzo di tale varietà. Numerosi altri sono gli esempi di cereali OGM vantaggiosi da questi punti di vista ed infatti vengono normalmente utilizzati nel resto del mondo. La spinta delle multinazionali per imporre loro prodotti non è di per sé un processo da condannare. È compito delle autorità tecniche (l’EFSA) valutare che quanto le multinazionali propongono sia frutto di una ricerca che abbia valutato in modo trasparente benefici e rischi dei nuovi organismi. Se il parere dell’EFSA è positivo, non si vede perché le nuove colture non possano essere utilizzate, visti i benefici che esse comportano. Concludendo è da confermare e sostenere la politica comunitaria attualmente perseguita. Non è condivisibile il comportamento dello Stato e del Ministero italiano, influenzato da spinte ideologiche e commerciali, inaccettabile soprattutto perché si permette al contempo l’importazione e l’utilizzo di cereali OGM per l’alimentazione animale in grande quantità. Ciò detto, alla luce di una visione federalista dell’Europa, agli Stati Membri va comunque lasciata la possibilità di accettare o meno la Direttiva Europea. Deve essere una loro libera scelta, e non un’imposizione venuta dall’alto.

2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?

Il costante miglioramento degli standard tecnologici per le nostre auto ha portato l’Europa ad avere il parco vetture più efficiente e meno inquinante al mondo. La direzione è quella giusta e crediamo si debba continuare anche in futuro su questa strada. Dobbiamo anche considerare che gli standard sempre più elevati creano importanti ricadute positive in investimenti in ricerca e sviluppo. Le tecnologie sviluppate per il mercato europeo rappresentano la frontiera della ricerca e sono poi esportate dalle nostre industrie in tutto il mondo: crediamo che questo sia un importante fattore competitivo, in realtà. Come ogni misura, è tuttavia necessario valutare attentamente l’impatto prima di decidere nuove misure. In particolare, merita una riflessione la tempistica per l’adozione di nuovi standard: la ricerca tecnologica ha costi e tempi di sviluppo di cui bisogna tener conto. Così come l’introduzione delle nuove soluzioni nelle catene di montaggio. C’è comunque da osservare che i timori dell’ACEA sono per certi versi infondati, perché i limiti imposti si applicano a tutte le vetture commercializzate in Europa, e non solo a quelle prodotte in Europa. Su questi punti, ACEA deve assolutamente essere ascoltata e coinvolta nei processi decisionali. Non ha senso regolare un settore, soprattutto uno importante come l’industria automobilistica, senza parlare coi protagonisti di quel settore e senza tener conto delle loro esigenze. Non si parla infatti solo di regolazione ambientale: si parla anche di investimenti, occupazione e sviluppo.

3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?

Negli anni passati, l’Unione Europea si è già data obiettivi ambizioni per il 2020 e ha cercato di porsi come guida a livello mondiale nello sforzo per limitare le emissioni di CO2. Le altri grandi economie non hanno però raccolto fino in fondo la sfida, lasciando che i Paesi europei pagassero praticamente da soli. L’UE emette oggi circa il 10% del totale mondiale e questa quota è in costante calo. Dati alla mano, le nostre emissioni stanno scendendo, mentre quelle degli altri aumentano rapidamente. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2030 Cina, Stati Uniti e India avranno emissioni pari a un multiplo delle nostre: cercare da soli di cambiare le cose non porta da nessuna parte. Abbiamo bisogno di cooperare con le altre grandi economie, di impegnarci tutti seriamente a livello globale. Altrimenti noi europei finiremo solo per rinunciare a parte del nostro benessere senza reali benefici per il clima della Terra. I nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 proposti dalla Commissione Europea (-40% rispetto al 1990) sono senza dubbio ambiziosi e condivisibili, nell’ottica di continuare degli sforzi fin qui sostenuti. La nostra posizione è favorevole, ma solo in presenza di chiari impegni da parte delle altre grandi economie che vadano nella stessa direzione. In questo quadro, per esempio, FARE è a favore della realizzazione dei grandi assi di trasporto veloce di merci e persone su rotaia, bloccate o ritardate sia da fenomeni del tipo no TAV, sia dall’uso a pioggia e clientelare dei fondi strutturali che, invece, dovrebbero essere dedicati a trasporti, energia e ricerca scientifica. È necessaria quindi una azione politica forte della Commissione che spinga tutte le grandi economie a farsi carico del problema. Per quanto riguarda le rinnovabili siamo invece contrari all’introduzione di un nuovo obiettivo vincolante più alto (27%). Gli obiettivi al 2020 hanno già favorito un’ampia diffusione delle rinnovabili (20%), ma a caro prezzo per le economie europee, sia come sussidi, sia come distorsione dei mercati. Un’ulteriore diffusione delle rinnovabili è assolutamente auspicabile, ma deve avvenire con meccanismi di mercato e senza penalizzare le economie europee. Per farlo, esistono molti strumenti più efficienti dei tetti imposti per legge e dei sussidi. Pensiamo a strumenti che siano in grado tenere conto delle basse emissioni delle rinnovabili senza stravolgere il mercato. Come per esempio un sistema di permessi di emissione profondamente rinnovato, oppure una carbon tax a livello europeo. In ogni caso, è giunto il momento che le fonti rinnovabili camminino con le proprie gambe e combattano ad armi pari con altre fonti. Le rinnovabili sono state sostenute non solo per ridurre le emissioni, ma anche per ridurre la dipendenza europea dalle importazioni. Anche in questo caso rappresentano però solo uno strumento, in concorrenza con altre soluzioni tecniche. Pensiamo per esempio all’efficienza: è giunto il momento di farle competere. Lasciamo decidere ai clienti finali, se è meglio produrre un megawattora in più col solare o risparmiarlo investendo in motori più efficienti o case isolate meglio.

4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?

L’applicazione della direttiva 2010/63 in Italia è stata fatta in modo pilatesco. Da una parte infatti, per accontentare le pulsioni del mondo animalista, come al solito molto rumorose, sono state introdotte una serie di restrizioni che hanno allarmato il mondo della scienza e della ricerca. Dall’altra però non ha accontentato gli animalisti perché costoro lamentano la permanenza di altre norme ed eccezioni che di fatto permettono in qualche modo di bypassare i divieti della direttiva. Il discorso è molto semplice. La sperimentazione animale è indispensabile per sviluppare farmaci e tecniche cliniche innovative, piaccia o meno. Va certamente disciplinata al fine di non causare agli animali sofferenze inutili, ma non se ne può fare assolutamente a meno. La direttiva europea è un tentativo in tal senso, certamente perfezionabile. Essa va applicata senza andare dietro a istanze irrazionali e demagogiche, creando confusione e mettendo in difficoltà la ricerca, già così tanto penalizzata in Italia.

5. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) gestisce programmi specifici per il controllo delle malattie prevenibili coi vaccini. Ritiene adeguati gli attuali programmi? In caso contrario, quali cambiamenti riterrebbe opportuni?

I vaccini sono una conquista fondamentale per il genere umano. Essi hanno permesso di contenere e anche sconfiggere malattie tremende. Senza vaccino il vaiolo mieterebbe ancora molte vittime. Senza vaccino altre malattie la cui pericolosità non è forse percepita dalla opinione pubblica (per esempio il morbillo) avrebbero una larga diffusione creando sofferenza e molti decessi. Si sta diffondendo in settori marginali della popolazione una paura dei vaccini, irrazionale e non basata su conoscenze scientifiche. Alcuni politici demagogicamente cavalcano questi sentimenti ed hanno messo in discussione la obbligatorietà dei vaccini. Anche la magistratura a volte ha avviato inchieste ridicole (esempio l’ultima che associava l’autismo ad un vaccino) basate su puro furore ideologico. I programmi di vaccinazione vanno difesi ed estesi. Non tutti i vaccini, ma quelli fondamentali, su cui c’è accordo generale nella comunità scientifica e la cui utilità è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Quelli per cui i rischi per la salute associati al vaccino (che non sono mai nulli) sono comunque minori dei rischi derivanti dalla malattia. Fare diversamente vuol dire mettere a rischio per interessi politici di bassa cucina la salute di milioni di individui.