Elezioni Politiche 2013 – Le risposte di Oscar Giannino (Fare per Fermare il Declino)

1. Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

Creare condizioni più favorevoli alla produzione e diffusione della conoscenza è uno degli obiettivi strategici di Fare per Fermare il declino. Questo obiettivo deve muovere anzitutto dalla constatazione che, quando si parla di università e ricerca, è necessario superare il dualismo tra pubblico e privato; bisogna trovare strumenti tali da incentivare la ricerca di qualità, dovunque essa sia possibile e a prescindere dalla “carta d’identità” del soggetto che ne è protagonista.

In questo senso, riteniamo che in prospettiva sia necessario aumentare la dotazione finanziaria per l’università – riorganizzando meglio gli attuali finanziamenti, incrementandone l’entità e mobilitando risorse private attraverso forme di detassazione – ma che prima ancora si debba intervenire sull’efficienza del sistema, a partire dalla scuola dell’obbligo.

Per quanto riguarda l’entità degli investimenti, sul nostro sito dettagliamo una riorganizzazione e riduzione della spesa pubblica (in settori diversi dall’istruzione) che può mettere a disposizione risorse. Per quanto riguarda la scuola, premiare il merito e introdurre meccanismi di responsabilizzazione dei singoli istituti e docenti è la chiave di volta di qualunque riforma.

Pure l’università soffre di pesanti inefficienze, legate allo stesso tipo di problema: manca un meccanismo di selezione e valorizzazione. La proliferazione delle sedi e dei corsi di laurea e la mancanza di mobilità dei docenti universitari finiscono per danneggiare la qualità della didattica e della ricerca, a scapito dello studente. Superare questo frazionamento è un primo passo anche per smontare quella logica – aggravata dal valore legale del titolo di studio – per cui l’obiettivo è “la laurea” per tutti, piuttosto che una formazione che abbia una prospettiva lavorativa. Il titolo di laurea deve invece tornare a rappresentare un bagaglio di conoscenze che possano aiutare nel cammino lavorativo, seppur in maniera non automatica.

La capacità di attirare studenti e produrre ricerca (pubblicazioni, brevetti, ecc.), insieme all’efficacia nell’attrarre finanziamenti nazionali ed europei, sono alcuni dei criteri per la valorizzazione delle eccellenze degli istituti, per esempio attraverso il finanziamento o la penalizzazione (fino alla chiusura) di corsi di laurea e sedi poco produttivi. Un discorso analogo andrebbe fatto per quanto riguarda l’accreditamento di università private e telematiche (specie per quanto concerne i finanziamenti pubblici): esse devono essere assoggettate a procedure più stringenti e trasparenti, sia per facilitare l’accesso al sistema di chi ha le carte in regola (per esempio documentando attività di ricerca e/o brevettuale), sia per evitare la nascita di veri e propri “diplomifici”.

Allo scopo di favorire l’attrazione di finanziamenti presso università e istituti di ricerca proponiamo di incentivare quel “catalytic funding” grazie al quale le risorse assegnate da MIUR e atenei sono intese quali semi iniziali per sviluppare ricerca su temi adatti ad attrarre finanziamenti europei e internazionali. A questo proposito la strategia di utilizzare i PRIN per facilitare la partecipazione al programma quadro europeo Horizon 2020, va considerata nel complesso positiva. Tuttavia questi bandi andrebbero finanziati in modo più consistente e si dovrebbe aumentare la componenente di proposte provenienti dai ricercatori singoli, rispetto alle attuali cordate.

Gli stessi docenti devono poter usufruire di una struttura di stipendi che riconosca la produttività individuale, la pluralità delle fonti di finanziamento, la capacità di attrarre risorse e progetti di ricerca, e non la mera anzianità. Proponiamo, per esempio, di diffondere all’esterno tutte le informazioni disponibili sul lavoro dei docenti (in particolare le produzioni scientifiche) e di integrarle a una valutazione della didattica basata su una combinazione di indicatori oggettivi (p.es. il successo degli studenti nel trovare lavoro dopo la laurea, con opportune ponderazioni per tener conto delle possibilità offerte dalle singole regioni) e valutazione degli studenti. La formazione post-lauream degli studenti e, in particolare, il Dottorato di Ricerca vanno opportunamente valorizzati e modernizzati. Una seria politica è necessaria per modificare le eccessive rigidità riguardanti l’entrata dei dottorandi, anche in funzione della defiscalizzazione della ricerca effettuata in collaborazione con aziende pubbliche e private, e una intensificazione delle valutazioni ex post dell’attività di ricerca.

Più in generale, le difficoltà del paese nel creare ricerca (e nel valorizzare quella che fa) derivano da una serie di problemi che sono comuni a molti altri settori. In questo senso riteniamo che sia necessario raggiungere, a livello paese, quei requisiti minimi che ci rendano paragonabili agli altri. Per esempio, nel nostro programma ci prefiggiamo di riformare la giustizia per eliminare quell’assenza di “certezza del diritto” che è un incredibile disincentivo per le imprese a investire da noi: e senza investimenti è difficile creare quel cuscinetto di risorse, anche private, necessarie a finanziare una produttiva attività di ricerca.

2. Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

Le imprese investono se si fidano di un paese. Ciò implica uno sforzo lungo tre linee d’intervento: rimuovere le barriere esplicite all’investimento in ricerca e sviluppo, creare un ambiente favorevole all’investimento, eliminare le barriere implicite.

Tra le barriere esplicite all’investimento in R&D ne vogliamo citare tre. Una sono le norme che rendono complicato o impossibile seguire determinati percorsi tecnologici. Pensiamo al trattamento delle biotecnologie: abbiamo una normativa sospettosa a prescindere verso l’innovazione, proibendo l’utilizzo delle varietà transgeniche autorizzate a livello comunitario e impedendo la sperimentazione in campo. Il triste caso dei campi dell’Università della Tuscia distrutti recentemente è un esempio di quanto certe decisioni vengano prese in modo tutt’altro che razionale; fatto che è peraltro frutto di inadempienze ministeriali che dovrebbero far riflettere anche sulla burocrazia italiana. Tutto questo deve finire: l’Italia, che fino a una decina di anni fa era forte sul fronte biotecnologico, deve allineare il proprio rapporto con le nuove tecnologie, e dunque con l’innovazione, agli standard dei paesi più sviluppati. Un’altra barriera è data dalla difficile collaborazione tra le imprese e le università pubbliche, e alla scarsa presenza di università private. E’ bene evitare un’eccessiva intermediazione da parte di Stato e Regioni, anche per superare le lungaggini burocratiche. La questione è certamente delicata e legata anche alla spinosa faccebda della proprietà intellettuale, ma in certa misura dipende pure dall’autoreferenzialità di troppa parte del mondo accademico. Rendere più dinamiche e meritocratiche le università è una prima risposta, anche se insufficiente. Trovare migliori compromessi per favorire la collaborazione, anziché scoraggiarla, è la restante parte del puzzle. Si deve infine sconfiggere la perdurante mentalità antiscientifica che permea il paese. (Sul tema si veda anche la risposta 8). Anche qui, si può fare un esempio concreto: la sentenza che ha condannato i componenti della Commissione grandi rischi per non aver lanciato l’allarme per il terremoto dell’Aquila. Quella sentenza ha destato scandalo in tutto il mondo e le principali riviste scientifiche internazionali l’hanno stigmatizzata. Ecco, queste cose spaventano chiunque, perché rappresentano l’incarnazione di un paese chiuso alle parole della scienza.

Veniamo ora alla definizione di un clima pro-investimenti. L’investimento in ricerca è soprattutto investimento in persone. Quindi le priorità per il mondo della ricerca sono essenzialmente due: il riconoscimento, soprattutto nei settori ad elevato contenuto tecnico-scientifico, del contributo che le nuove professioni possono dare alla produttività e alla competitività del sistema Paese, eliminando le molte e inutili barriere normative per l’accesso al mondo del lavoro; e, dal punto di vista degli investimenti privati, l’abolizione dell’Irap. Per abolire l’Irap occorre tagliare la spesa pubblica di circa 30-35 miliardi di euro all’anno.

Da ultimo, le imprese devono trovare un clima “amichevole”. E’ allora importante, come già sottolineato nella risposta 1), che le imprese che investono si sentano rassicurate sui risultati dei loro investimenti, ad esempio producendo maggiore certezza del diritto.

Occorre infine uscire dalla mortificante procedura del click day sin qui seguita per l’assegnazione delle magre risorse annuali finalizzate all’investimento in ricerca da parte delle imprese. Negli ultimi anni non si è mai riusciti a superare la quota annuale di 7-800 milioni/anno, con vincoli crescenti alle imprese a finalizzare i progetti esclusivamente nell’ambito dell’università pubblica, mentre le grandi imprese e le multinazionali hanno anche proprie strutture in Italia in cui condurre ricerca di base e applicata. La contrapposizioone pubblico-privato non aiuta.

3. Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

Il problema della sostenibilità e quello del costo devono essere affrontati in modo distinto. Non esistono pasti gratis: a parità di altri elementi, se si vuole ridurre l’impatto ambientale della produzione e del consumo energetico bisogna essere disposti a pagarne il costo. Di conseguenza, le domanda da porsi sono: 1) quali sono gli strumenti che consentono di raggiungere determinati obiettivi ambientali al minimo costo? 2) data l’adozione di questi strumenti, con quali strumenti i settori energetici possono essere organizzati per garantire che i prezzi di mercato non incorporeranno delle rendite?

Per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2, l’Italia fa parte dell’Europa e deve giocare con le regole europee. Nel passato, però, con queste regole abbiamo pasticciato: prima concedendo sussidi ultragenerosi alle fonti rinnovabili elettriche, poi riducendoli arbitrariamente anche con effetto retroattivo. Il tutto ignorando il “lato nascosto della luna”, cioè l’efficienza energetica (particolarmente nel termico) nella quale, ironicamente, l’Italia ha grandi competenze industriali. Riteniamo quindi che le politiche energetico-ambientali vadano armonizzate evitando il proliferare di strumenti. In particolare, la sostituzione (a regime e una volta esauriti gli incentivi già assegnati) di un meccanismo di incentivazione discrezionale e confusa con una carbon tax omnicomprensiva appare come la via più ragionevole per favorire gli investimenti, di volta in volta, nelle tecnologie che appaiono più convenienti. E’ essenziale che la scelta tecnologica sia decentralizzata e lasciata al mercato, non centralizzata e nelle mani dei politici.

Passiamo, così, al secondo tema: il punto di partenza è il rifiuto della logica pianificatoria. I politici devono smetterla di giocare a dadi con le scelte energetiche del paese, indirizzando gli investimenti (che hanno lunghi tempi di ritorno) su strade che nel giro di pochi anni, o addirittura di pochi mesi, verranno abbandonate per volontà di altri politici. È essenziale lasciare che sia il mercato a identificare il giusto mix. Per questo è indipensabile anzitutto razionalizzare la fiscalità energetica, anche rimuovendo la Robin Hood Tax che disincentiva gli investimenti. Bisogna poi garantire una buona regolazione dei mercati (proteggendo l’indipendenza del regolatore) e imponendo un enforcement puntuale e rigoroso delle norme antitrust.

Di questo mix, peraltro, non possono non far parte seri sforzi di riqualificazione energetica degli edifici: e questo per due ragioni. In primo luogo perché è lì, come dimostrano numerosi studi, che stanno la maggior parte delle opzioni più cost effective, molte delle quali addirittura in grado di ripagarsi da sé in un orizzonte temporale medio-breve. Secondariamente perché l’industria italiana dell’efficienza energetica è leader in Europa e nel mondo ed è strategicamente utile promuovere questa eccellenza nella misura in cui essa intercetta una domanda che emerge dal mercato e che corrisponde a un obiettivo di ampia portata a livello comunitario.

4. Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

In questo, come in tanti altri settori, è necessario distinguere nettamente il ruolo regolatore dello Stato da quello operativo.

Partiamo dallo smaltimento. Per quei rifiuti che possono essere riciclati – come plastiche, vetro, carta, ecc. – è necessario aprire il mercato alla concorrenza, in modo da ridurre le inefficienze e cogliere le economie di scala e di scopo. Per i rifiuti che, invece, devono essere smaltiti – come gli inerti e l’umido – esistono molteplici soluzioni tecniche: dalla termovalorizzazione al conferimento in discarica, dalla digestione anaerobica (per l’umido) alla gassificazione. Non esiste una ricetta generale per individuare la “migliore” soluzione: essa infatti dipende da una serie di variabili specifiche di luogo, di tempo e di tecnologia. Pertanto riteniamo che qui si possa creare una vera e propria concorrenza per il mercato, fermo restando che – dato l’impatto ambientale e i potenziali rischi di tutte queste attività – deve essere mantenuto in mani pubbliche un saldo ruolo di regolazione e controllo. Ma chiunque rispetti le norme di sicurezza, ambientali, ecc. deve essere lasciato libero di investire.

Per quanto riguarda la raccolta, vi è spazio per introdurre concorrenza per il mercato: gli affidamenti devono essere assegnati tramite gara, sulla base di un bando il più possibile standardizzato, e devono avere durata ridotta. Le scarse economie di scala (oltre una soglia piuttosto bassa) e la natura labor-intensive di queste attività consente di trovare un equilibrio molto sfidante dal punto di vista dell’efficienza produttiva.

5. Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

Non è sufficiente investire risorse nella messa in sicurezza del nostro territorio dal punto di vista idrogeologico se non viene fatta una accurata verifica dell’efficacia e dei risultati della legislazione vigente in materia e degli innumerevoli enti preposti che sono figli di quella legislazione. Per esempio, le leggi che impediscono l’estrazione di inerti dal letto dei fiumi non hanno portato risultati apprezzabili e vanno riformate. Ogni norma di sicurezza deve essere assoggettata a un’attenta analisi dei costi e dei benefici.

E’ necessario poi comprendere che, in un paese ad alto rischio sismico e idrogeologico come l’Italia, la sicurezza deriva dall’uso delle migliori tecnologie nelle costruzioni, più che dall’applicazione letterale di norme datate che stabiliscono livelli minimi di abitabilità, e dall’assunzione di responsabilità di tutti i soggetti, dai privati proprietari di immobili agli enti pubblici che forniscono le autorizzazioni. Per questo guardiamo con favore alla possibilità di introdurre l’obbligo di assicurare gli immobili contro il rischio sismico.

Il costo molto elevato dei terreni suggerisce che per stimolare gli investimenti nel settore edilizio bisognerebbe rivedere l’insieme di norme che limitano l’offerta di superfici edificabili. L’aumento esponenziale di vincoli urbanistici, lungi dall’aver prodotto risultati apprezzabili nella qualità dei nostri centri urbani, ha generato un’ipertrofia burocratica, una contrazione dell’offerta di terreni disponibili e un pericoloso aumento del potere di intermediazione discrezionale da parte delle autorità pubbliche, terreno di coltura particolarmente fertile per le attività illecite legate alle costruzioni. Uscire con decisione dalla logica della “pianificazione ad ogni costo” darebbe nuova vitalità al settore, riducendo al tempo stesso i margini di azione della criminalità organizzata.

Infine, sono fin qui falliti i tante volte annunciati piani edilizia volti al miglioramento della resa energetica e alla qualificazione idrogeologica del patrimonio edilizio esistente, con conseguente aggravio della crisi dell’edilizia sfociata nella perdita di circa 600 mila addetti tra settore e indotto negli ultimi anni. Sconti Imu per classe energetico-ambientale delle unità immobiliari potrebbero essere una via immediata per ottenere l’effetto, inducendo i privati a mettervi mano per ottenere risparmi d’imposta.

6. Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

L’Agenda Digitale del Governo Monti è condivisibile, ma è largamente insufficiente. Essa infatti manca di affrontare con attenzione due grandi questioni. La prima è quella della piena digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, che non riguarda soltanto l’adozione delle tecnologie più moderne, ma anche e soprattutto la realizzazione di sistemi informativi trasparenti e caratterizzati dal massimo grado di interoperabilità. La seconda è quella della maggiore infrastrutturazione del paese, che non può essere legata solo alla capacità di mobilitare investimenti pubblici, ma è anche e soprattutto una sfida alla capacità del paese di creare un clima favorevole agli investimenti privati: con una giustizia civile più efficiente, garantendo la stabilità delle regole e delegando decisioni al regolatore indipendente.

Siamo invece contrari al tante volte ventilato intervento di Cdp per l’assunzione del controllo diretto di un’unica infrastruttura di rete che rilevi il rame di Telecom Italia e parte rilevante del suo debito. La convergenza degli investimenti nella realizzazione di reti di nuova generazione deve essere aperta a tutti gli operatori, secondo le loro specifiche vocazioni fisso-mobile, ed è parte di una politica tariffaria e di remunerazione degli investimenti a opera del regolatore indipendente, non più bloccata come da anni avviene sulla rilevanza del debito dell’ex monopolista.

7. La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

Fare per Fermare il Declino non ha, per scelta esplicita, espresso posizioni vincolanti per i propri aderenti su tematiche che riguardano la sfera bioetica. Al nostro interno convivono diverse sensibilità: il nostro movimento si è aggregato attorno a una visione forte della politica economica e della onestà nella gestione pubblica e pertanto intende interpretare un atteggiamento pluralista su altri temi. Questo non impedisce di riconoscere come la legge 40, in virtù dell’impostazione ideologica di cui è figlia, si possa caratterizzare come una sorta di corpo estraneo nella legislazione nazionale e comunitaria, e che quindi sia necessario un suo adeguamento ai principi del diritto europeo.

Sul testamento biologico riteniamo che sia necessario un passo indietro del legislatore che restituisca questa materia delicata al rapporto privato medico-paziente, secondo quanto sapientemente prescritto dal codice di deontologia medica, che liberi quindi lo Stato dal ruolo improprio di monopolista etico per il quale è necessariamente inadeguato.

8. Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

Non esiste un problema dell’analfabetismo scientifico distinto da un problema più generale legato alla qualità delle nostre scuole: riqualificare il sistema educativo rappresenta la risposta più piena e meno ipocrita alla minore preparazione degli studenti italiani rispetto a quelli stranieri nelle materie scientifiche. Un problema, peraltro, che tutti i dati (per esempio i test Pisa dell’Ocse) suggeriscono essere particolarmente acuto nelle regioni del Sud, che non è un caso siano caratterizzate da tassi di crescita inferiori a quelli delle regioni centro-settentrionali. Sicuramente ci sono tante misure interessanti per fare della cultura scientifica un mezzo per il progresso del paese e un valore aggiunto anche a livello lavorativo, invece che un costoso peso. Ad esempio incentivare festival scientifici, competizioni tra studenti delle scuole medie e superiori, convegni tematici aperti al pubblico, riviste e programmi televisivi di divulgazione che parlino di scienza in modo chiaro, semplice, ma corretto e non nel modo assolutamente sensazionalista che ci siamo abituati a vedere. Questi interventi possono avere notevole efficacia specie se, a fronte di un miglioramento del rapporto tra cittadini e scienza, si riesce a far corrispondere una valorizzazione delle professioni relative e un accresciuto spirito di investimento in tali attività. Nonostante questo, l’istruzione a livello scolastico è e rimane il primo punto da affrontare. Mettere a posto la scuola significa cambiare paradigma: passare da una scuola costruita attorno agli insegnanti a una scuola costruita attorno agli studenti. Questo non significa sviluppare una scuola a spese dell’insegnante, ma nemmeno considerarlo strumento di ammortizzazione sociale: anzi, valutare la performance degli insegnanti in modo continuativo e rigoroso è il modo migliore per riconoscerne il valore, incoraggiando, con riconoscimenti e retribuzione, chi già lavora bene e obbligando a cambiare marcia chi, invece, si è abituato a non farlo. Oltre ai vari strumenti, già proposti per quanto concerne l’università, occorre garantire la massima autonomia alle singole scuole, inclusa la libertà di scegliere quali insegnanti assumere e quanto e come retribuirli, sia pure all’interno di linee guida nazionali. Andrebbero inoltre seriamente rivalutati gli istituti professionali, un tempo lustro italiano, e la stesura dei programmi stessi: in particolare vanno ripensate le metodologie per l’insegnamento delle scienze affinché venga stimolata l’indagine (Inquiry based science education) e i bambini vengano abituati fin dalla scuola primaria a procedere per tentativi per giungere a un risultato, ed apprendere che lo studio delle discipline scientifiche è basato sia sulla creatività del processo conoscitivo sia sull’interpretazione oggettiva dei dati ottenuti. Se invece le scuole, per mancanza di competizione tra loro, non cessano di fornire posizioni di rendita a quegli insegnanti che, mediamente, lavorano poche ore (disincentivando lo sforzo di chi, pur lavorando bene, guadagna meno), allora continueremo a perdere l’opportunità di educare in modo appropriato i nostri ragazzi. E, con essa, quella di formare cittadini consapevoli e portati all’approfondimento critico.

9. Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

Il cambiamento del clima è una delle maggiori sfide a cui il mondo debba rispondere. Ma sarebbe illusorio pensare che questa sfida possa essere vinta da un solo paese. L’Italia è parte dell’Europa e deve partecipare lealmente al gioco europeo, raggiungendo gli obiettivi che le vengono assegnati e collaborando alla definizione di obiettivi razionali e ragionevoli. Sul primo punto, quindi, la risposta coincide con quella fornita alla domanda 3). Per quanto riguarda la visione che noi abbiamo della lotta al riscaldamento globale più in generale, riteniamo che la chiave di volta di una strategia razionale e orientata al lungo termine non vada cercata nel perseguimento di obiettivi di riduzione delle emissioni nel breve termine (obiettivi che peraltro risentono pesantemente del ciclo economico, come stiamo vedendo sul mercato ETS), ma nella determinazione di obiettivi di medio termine relativi all’intensità carbonica dell’economia. Nel passato l’Europa ha posto aspettative esagerate in una serie di strumenti che, poi, si sono rivelati inadeguati, anche perché esposti ad arbitri politici: si pensi all’Emissions Trading Scheme. Tutti i dibattiti sul set aside o sulla fissazione di cap o floor di prezzo sono, in fondo, la certificazione della sua inadeguatezza: non si può scegliere uno strumento di quantità per la riduzione delle emissioni (in virtù del quale il regolatore fissa le emissioni massime e lascia al mercato il compito di trovare il prezzo per i certificati scambiabili sul mercato) e poi lamentarsi perché il prezzo di mercato è “sbagliato”! In altre parole, la vera risposta va cercata nell’adozione di politiche efficaci per l’innovazione e, più in generale, nell’adozione di politiche pro-crescita, perché senza crescita economica non può esserci innovazione né, nel lungo termine, riduzione delle emissioni.

10. Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. E’ dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo. Essa non deve essere proibita, ma attentamente regolata. E chiedersi: esistono modi alternativi per ottenere la data informazione scientifica? E’ quella ricerca necessaria? Quali sono i benefici? Porterà a un reale aumento della conoscenza? Come minimizzare il numero di animali necessari? E infine: il trattamento degli animali seguirà le regole internazionalmente valide per il trattamento “umano” dei medesimi? Crediamo, quindi, che una buona regolamentazione e lo studio di nuovi strumenti biomedici sia il miglior modo per sostenere la ricerca medico-scientifica e, al tempo stesso, porsi come obiettivo la riduzione del numero di animali utilizzati in tali pratiche: obiettivi per i quali il semplice bando non può avere alcuna utilità.