Elezioni Europee 2014 – Le risposte del Partito Democratico

1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?

L’introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM) nella filiera agroalimentare nazionale ha suscitato sin dall’origine controversie e contrapposizioni assai vive tra le istituzioni europee, favorevoli agli OGM, e i cittadini comunitari, da sempre contrari. Tale contrapposizione non è stata superata e risolta dalla legislazione comunitaria che, al contrario, ne sancisce l’esistenza, soprattutto sulle due questioni più importanti in materia di OGM, ossia la coesistenza tra colture OGM e colture convenzionali e l’etichettatura. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha in più occasioni annunciato la sua intenzione di ridiscutere il Dossier Ogm in sede europea, ma è bene ricordare che già il Parlamento italiano (Senato e Camera) si è espresso per chiedere la possibilità di modificare le procedure al fine di accrescere l’ambito di autonomia dei singoli stati nel chiedere la clausola di salvaguardia non solo per ragioni ambientali, ma anche economico sociali. Ed il decreto 12 luglio 2013 emanato un anno fa dai ministri dell’Ambiente, della Salute e dell’Agricoltura va esattamente nella direzione di affermare tale autonomia. Una autonomia chiaramente confermata nella sua legittimità anche dalla recente sentenza di rigetto del ricorso presentato al decreto, dal TAR del Lazio. Vogliamo inoltre ricordare che anche la Francia ha recentemente affermato con legge nazionale il divieto di coltivazione e di ingresso di semi OGM. La nostra posizione è quindi orientata a rivedere le procedure accrescendo l’autonomia dei singoli Stati che intendono investire con chiarezza sulla biodiversità agricola, alimentare, ambientale e ci attendiamo un ruolo protagonista del nostro Paese durante il semestre di nostra competenza.

2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?

Il trasporto rimane una delle voci più inquinanti nell’elenco delle attività umane. Secondo la Commissione europea per il clima, il settore dei trasporti (compresi treni e aerei) causa un quinto delle emissioni di gas serra nel Continente; soltanto la produzione di energia inquina di più. In particolare, il trasporto su strada provoca quasi il 18% delle emissioni totali. L’incidenza delle emissioni di CO2 determinate dal trasporto su gomma impone un impegno di intervento anche su questo fronte, perché si raggiungano gli obiettivi di riduzione di CO2 già fissati dal pacchetto 2020 e perché si fissino nuovi obiettivi, vincolanti, al 2030. Per far questo occorrerà spingere verso una “riconversione ecologica” del parco auto e dei mezzi di trasporto su gomma a livello europeo, sostenendo gli investimenti in termini di innovazione e ricerca dell’industria automobilistica che vanno in questa direzione. Ma una più efficace risposta in termini di riduzione delle emissioni si potrà ottenere solo attraverso politiche di ripensamento della mobilità a scala europea, che privilegino il trasporto su ferro: per i mezzi pesanti l’Europa ci chiede di spostare il 30% del trasporto merci su gomma (per le percorrenze superiori a 300 km) verso la ferrovia e le vie navigabili entro il 2030. Ma anche forme di mobilità alternativa, utilizzando le possibilità di investire in politiche di riqualificazione urbana, di creazione di smart cities e di mobilità sostenibile. Il Libro Bianco sui Trasporti individua l’obiettivo di “dimezzare entro il 2030 nei trasporti urbani l’uso delle autovetture alimentate con carburanti tradizionali ed eliminarlo del tutto entro il 2050”.

3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?

Con la Comunicazione COM(2014) 15 del 22 gennaio 2014 – Pacchetto clima-energia per il 2030 – la Commissione Europea ha proposto nuovi obiettivi per il 2030: ridurre le emissioni clima alteranti del 40% rispetto al 1990 e garantire una quota di rinnovabili a livello europeo di almeno il 27% dei consumi energetici finali. A febbraio, l’Europarlamento ha alzato ulteriormente l’asticella, pronunciandosi a favore di un triplice target vincolante da declinare in obiettivi nazionali (altrettanto obbligatori): riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, 30% di quota di rinnovabili e aumento dell’efficienza energetica del 40% rispetto allo scenario tendenziale. Noi pensiamo che la discussione che si sta aprendo tra i vari Stati membri deve assolutamente evitare di rimettere in discussione tutti i risultati positivi raggiunti negli ultimi anni, non solo in materia ambientale ma anche per quanto riguarda l’europeizzazione del settore energetico. Sarebbe un errore strategico per l’Europa in generale, e per l’Italia in particolare; il nostro Paese infatti, non potendo competere sui bassi costi dell’energia (che deve importare in modo massiccio dall’estero), ha tutto l’interesse a spingere ancora di più sull’innovazione verde, sulle fonti rinnovabili e soprattutto sull’efficienza energetica, settore in cui abbiamo tecnologie e know-how da esportare in Europa e nel mondo, a patto di avere un quadro normativo chiaro e stabile. Proprio per questo, tenuto conto anche del fatto che nel secondo semestre di quest’anno l’Italia avrà grandi responsabilità anche in materia di guida delle politica energetiche e industriali, e di lotta ai cambiamenti climatici, dovremo fare in modo che su questi temi l’Europa parli in modo univoco, consentendo all’UE di esercitare la necessaria pressione sugli Stati Uniti, sulla Cina e sugli altri paesi perché si trovi un accordo mondiale entro il 2015 sulla riduzione globale delle emissioni di gas serra, anche per garantire un’equa competizione internazionale per le nostre imprese. Come Partito Democratico chiediamo che si punti ad un nuovo pacchetto di misure vincolanti che preveda, entro il 2030, di ridurre del 50% le emissioni di gas di serra rispetto al 1990, di soddisfare il 40% del consumo energetico con fonti rinnovabili e di realizzare misure che consentano un risparmio del 40% dei consumi energetici. Ad oggi il nostro Paese, per rispondere agli impegni di riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ha adottato due “documenti programmatici”: la Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata con DM dell’8 marzo 2013, che colloca le politiche verdi in un contesto energetico ampio e il Piano nazionale per la decarbonizzazione, approvato con delibera CIPE n. 17/ 2013, che individua invece un set di misure dettagliato e completo da mettere in campo per la riduzione della CO2. E’ poi in via di adozione al CIPE una delibera che individua le linee strategiche da seguire in via prioritaria per la messa in sicurezza del territorio e per la predisposizione di una Strategia Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, nell’ambito della Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici, COM (2013) 216 final.

4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?

L’attenzione al superamento del dolore inutile degli animali è già radicato nella cultura della ricerca scientifica italiana. La nostra visione di ricerca si avvicina più alle regole dell’Europa che alle restrizioni della recente normativa italiana del recepimento. Al tempo stesso, però, anche in linea con i contenuti di Horizon 2020, auspichiamo la implementazione progressiva integrativa ove possibile con tecniche innovative senza uso di animali. Le ricerche oncologiche, quelle sulle malattie neurodegenerative e nel campo delle malattie rare e genetiche allo stato attuale non possono rinunciare totalmente all’uso di animali pertanto siamo nel caso dello xenotrapianto più vicini alla normativa europea.

5. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) gestisce programmi specifici per il controllo delle malattie prevenibili coi vaccini. Ritiene adeguati gli attuali programmi? In caso contrario, quali cambiamenti riterrebbe opportuni?

I programmi gestiti dall’ECDC sono adeguati, anche se è necessaria una maggiore sinergia con i livelli competenti dei paesi membri per una dinamica evoluzione dei sistemi di controllo dei vaccini, più stringenti sul piano della sicurezza. Il monitoraggio epidemiologico dei focolai di malattie infettive deve seguire di pari passo quello dei flussi migratori, accompagnato da una adeguata campagna di informazione che prevenga lo strumentale utilizzo della paura delle malattie per reazioni xenofobe. È altresì urgente una condivisa campagna di informazione sulla reale valenza dei vaccini nella prevenzione delle malattie infettive e del Ca della cervice, per il superamento di convinzioni dissuasive che non hanno nulla di scientifico ma che si moltiplicano pericolosamente soprattutto sulla rete.