Primarie del centrosinistra 2012 – Le risposte di Pierluigi Bersani

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

L’Italia, rispetto ai partner europei, dedica alla ricerca una percentuale bassa del PIL. Anche il numero di ricercatori rispetto alla popolazione è troppo basso e occorre quindi investire sul reclutamento di ricercatori, non possiamo competere sui bandi europei alla pari proprio perché la popolazione dei ricercatori italiani si sta assottigliando a causa del blocco parziale del turn over che ha impedito un ricambio adeguato. Ultimamente c’è stata un’ulteriore riduzione dell’impegno pubblico nella ricerca, ma quel che salta agli occhi è l’esiguità degli investimenti privati (sia nazionali che provenienti dall’estero). L’investimento privato che scommette sulla valorizzazione della ricerca italiana è un investimento in innovazione, che per definizione è rischioso. Da questo rischio, però si creano nuove fonti di ricchezza, nuova occupazione e competitività per il Paese. Sostenere l’imprenditorialità che parte dalle nostre scienze e tecnologie non vuol dire solo semplificare la nascita o lo sviluppo di start-up, ma affiancarle nel loro percorso di crescita, da inquadrare in un contesto più ampio, coerente con la politica industriale del Paese. Quando sono stato Ministro, i miei provvedimenti sono stati finalizzati a creare un ponte fra ricerca e impresa. Oggi il sistema di valutazione dei progetti di ricerca industriale impiega anni e fa prevalere la valutazione amministrativa e burocratica rispetto alla sostanza e qualità del progetto.

Dobbiamo investire in ricerca e nell’innovazione basata sulla scienza e tecnologia, ormai strettamente connesse. L’Italia deve rimanere un paese manifatturiero e industriale, un paese che fa della ricerca la chiave per ottenere produzione di alto livello: facendo leva su ciò che già oggi fa vendere le nostre macchine utensili in tutto il mondo oppure ci fa contribuire alle grandi scoperte presso il CERN: qualità, valutazione a livello internazionale, autonomia della ricerca rispetto alla politica e alla pubblica amministrazione. Dobbiamo attirare i nostri giovani vincitori di progetti europei in Italia garantendo loro spazio e indipendenza, favorendo la rigenerazione delle università, promuovendo la mobilità geografica e sociale dei nostri giovani, dobbiamo trasferire le persone, le competenze dal mondo della ricerca a quello dell’impresa. Non esiste la distinzione fra la ricerca applicata e ricerca di base, esiste solo la buona ricerca, quella che fa crescere il paese e produce avanzamenti della conoscenza, genera nuova ricchezza e ha dunque un impatto sulla società, diventa cioè innovazione sociale.

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

L’ultimo terremoto in Emilia conferma una triste statistica: in Italia c’è un evento distruttivo ogni sei anni; la Maremma sommersa di questi giorni testimonia che le alluvioni sono ormai diventate ordinarie. Ci sono vittime e danni enormi. E’ stato calcolato dal Servizio Studi della Camera dei Deputati un costo di 135 miliardi di euro, a valori attuali, degli ultimi cinque terremoti prima di quello abruzzese. Bisogna decidere di spendere i soldi prima delle tragedie, non provare a farlo dopo, sempre in una situazione di emergenza. E anche Scienza e Tecnica devono essere chiamate con largo anticipo per definire diagnosi e terapie adeguate alla sicurezza del territorio, ma con commissioni indipendenti dalla politica con un ruolo consultivo, non si può chiedere agli scienziati di prevedere i terremoti ma di esprimere valutazioni e raccomandazioni su come monitorare e gestire il territorio al fine di prevenire i disastri. Anche le strutture pubbliche di protezione civile vanno orientate verso la prevenzione, ripensando il modello organizzativo e riunificando competenze troppo frammentate. Mentre si correggono gli errori del passato, bisogna impegnarsi a non ripeterli in futuro, fermando ad esempio il dissennato consumo di suolo e opponendosi a ogni politica a favore dei condoni, come quelle promosse dalla destra ogni qualvolta è stata al governo.

Per il mio governo la messa in sicurezza del territorio sarà la più importante opera pubblica da realizzare nel Paese. Imposteremo una strategia di lungo periodo e passeremo subito all’attuazione con tre priorità: investimenti per la sicurezza delle scuole, interventi sulle situazioni a più alto rischio sismico e idrogeologico anche derogando selettivamente al patto di stabilità degli enti locali; incentivi fiscali a favore di cittadini e imprese per l’applicazione delle nuove tecnologie alle costruzioni e al territorio. Sul piano della cultura di governo bisogna uscire da una logica dell’emergenza, che ha i suoi costi, spesso abnormi e poteri straordinari, che possono favorire il potere e gli abusi di pochi, per realizzare un progetto di intervento coordinato e preventivo che si concentri sulle priorità che ho indicato. Occorre un programma decennale, dotato di risorse certe necessarie per finanziare le misure di prevenzione in gran parte già individuate.

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

Credo in una politica industriale integralmente ecologica. A livello internazionale c’è ora un consenso quasi unanime sulla gravità della crisi climatica e sulle sue cause. La Conferenza internazionale sul clima del 2011 di Durban ha definito un’agenda per nuovi obiettivi che saranno operativi dal 2020, e il Governo Monti ha avviato una consultazione su una proposta condivisibile di Strategia Energetica Nazionale. Noi siamo nettamente dalla parte del potenziamento del protocollo di Kyoto nella prospettiva delineata dalla Commissione Europa con gli obiettivi della riduzione dell’80% delle emissioni al 2050.

La nostra strategia si sviluppa lungo due assi principali: efficienza energetica e minimizzazione degli agenti inquinanti, agendo sui cicli di produzione e consumo, e diversificazione dell’approvvigionamento energetico, sostenendo le fonti rinnovabili. Gli incentivi alle fonti rinnovabili sono stati uno strumento importante di politica industriale, che ho fortemente sostenuto dal 2006 al 2008 durante il mio impegno da Ministro dello Sviluppo Economico, benché successivamente il governo di destra abbia trascurato sia il necessario adeguamento dei meccanismi di agevolazione, sia la loro regolazione. Queste scelte, che rivendico come lungimiranti, hanno favorito l’iniziativa imprenditoriale e la creazione di buona occupazione, portando l’Italia ai vertici mondiali di crescita nel settore delle rinnovabili e limitando la dipendenza dalle importazioni. Le nostre sono scelte per l’ambiente, per lo sviluppo e per la sicurezza nazionale, all’interno di una strategia di rilancio dell’economia che guardi alla sostenibilità nel lungo periodo.

Vorrei un’Italia competitiva, eccellente a livello internazionale, che non si limiti all’installazione di tecnologia sviluppata e prodotta all’estero, ma che valorizzi la propria creatività e capacità manifatturiera. Sosterremo e valorizzeremo la ricerca di eccellenza italiana in tecnologie rinnovabili come solare fotovoltaico, termico e termodinamico, eolico, geotermico, idroelettrico, moto ondoso e biomasse, nei sistemi per la gestione integrata dei rifiuti e nelle tecnologie trasversali come la microelettronica, i nuovi materiali e la robotica.

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

Il progresso tecnologico degli ultimi decenni (biotecnologie, neuroscienze, intelligenza artificiale) ha messo in discussione le nostre convinzioni fondamentali sulla distinzione tra naturale e artificiale e consente di intervenire sui processi biologici dell’esistenza, dal sorgere della vita fino ai confini della morte. I riferimenti valoriali sono ben definiti nella Costituzione italiana: sono il rispetto della persona umana e del suo diritto a essere curata ma anche di non esserlo affatto rifiutando o chiedendo di interrompere le cure (articolo 32). Occorre distinguere la libera ricerca degli scienziati, da incoraggiare, sostenere e rispettare, e i rischi reali (piuttosto che quelli potenziali che chiunque può inventarsi) insiti nell’utilizzo dei suoi risultati. Gestire questi rischi solleva inediti quesiti etici e giuridici la cui gestione richiede una stretta collaborazione tra scienza e politica, se si vuole evitare che se ne prenda carico il mercato o che si affermino derive tecnofobiche e illiberali. E’ l’intera comunità civile che, attraverso il dibattito pubblico e le istituzioni democratiche, deve definire nuove pratiche di governo capaci di mettere l’immenso potenziale scientifico e tecnologico al servizio di ogni persona.

Nel solco del citato articolo 32 sono contrario ad una eutanasia che preveda un ruolo attivo del medico nell’interrompere la vita. Purtroppo sul tema del fine vita l’attuale Parlamento ha elaborato e approvato nelle prime due letture, con il voto del PD compattamente contrario, un testo inaccettabile e incostituzionale, non rispettoso della dignità della persona, che ora si trova al Senato per l’ultima lettura.

Ci auguriamo non segua il destino della legge 40, altra legge ideologica e odiosamente classista approvata due legislature fa a colpi di maggioranza e ora pezzo per pezzo smontata dalle sentenze di tribunali europei e italiani, con drammi giudiziari e personali, che dovremo certamente correggere se avremo la maggioranza nella prossima legislatura. Per quanto concerne la fecondazione assistita, in tutti i paesi più avanzati viene regolata sulla base di linee guida di buona pratica clinica e quindi con la garanzia di ridurre al minimo i rischi per la donna, il nascituro e la stabilità della famiglia. Ci impegneremo in tal senso nella consapevolezza che solo un metodo scientifico appropriato può permettere di affrontare temi così delicati coniugando l’interesse generale con quello delle singole persone.

5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

In questo campo vale la premessa della risposta precedente: va distinta la libertà della ricerca dalla valorizzazione al servizio dell’uomo dei suoi straordinari risultati. Va quindi fatta una distinzione forte tra ricerca sugli OGM, inclusa la sperimentazione in campo per la quale occorre avere una posizione di apertura, e coltivazione a fini commerciali. Il nostro Paese, purtroppo, investe poco in ricerca e questo rischia di portarci ad una situazione di “sudditanza culturale” nei confronti dei Paesi che, invece, hanno avuto la lungimiranza di investire in ricerca. Questo vale anche e, direi soprattutto, per la ricerca sugli OGM: ragioni puramente ideologiche, non scientifiche o politiche, hanno emarginato la ricerca sugli OGM nel nostro Paese, erodendo il patrimonio di conoscenze su questo tema cosi importante per l’alimentazione e la salute dei cittadini. Occorre rilanciare la ricerca sulla genetica delle piante, e quindi sugli OGM, con la finalità di mantenere un’adeguata leadership intellettuale su questo tema, così complesso ed articolato. Non farlo significherebbe perdere la capacità di valutazione su tecnologie che verranno sicuramente sviluppate in altri Paesi e che si affacceranno sui nostri mercati: occorre conoscere per poter valutare e decidere e non possiamo impedire ai nostri ricercatori di mantenere e conservare il proprio patrimonio di conoscenze sugli OGM e le loro possibili applicazioni in agricoltura. Diverso è il tema delle strategie produttive e commerciali dell’agricoltura italiana che devono proiettarsi verso una distintività che il consumatore possa condividere ed apprezzare.

Quanto all’etichettatura, essa è già prevista in Italia e in Europa per moltissimi prodotti IGP (indicazione geografica protetta) e DOP (denominazione di origine protetta) che garantiscono di non utilizzare bestiame nutrito con mangimi OGM. Ma, ad esempio, non è attualmente presente per formaggi generici, che possono quindi essere fatte con latte prodotto da mucche alimentate con OGM senza che il consumatore lo sappia. Imporre a tutti l’etichettatura non sembrerebbe irragionevole e non danneggerebbe comunque i nostri prodotti tipici e ci sembra la strada giusta da seguire per aumentare il rapporto di fiducia tra il mondo della produzione alimentare e i consumatori, sempre più giustamente sensibili ed esigenti nei confronti di questo aspetto cruciale della loro vita quotidiana.

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?

L’espressione “medicine alternative” comprende diversi approcci, dall’agopuntura all’omeopatia, dall’erboristeria, agli interventi manuali come la chiropratica o l’osteopatia. E’ quindi un’espressione fuorviante, sia perché da almeno un secolo e mezzo la medicina è una scienza e ogni terapia è ritenuta efficace solo se soddisfa criteri sperimentali condivisi, sia perché i piú ricorrono a queste cure in senso “complementare”, non alternativo alla medicina convenzionale. Da mezzo secolo, in medicina per ogni nuova procedura bisogna partire dalla sua efficacia e dalla sua sicurezza, secondo i dettami della “evidencebased medicine” (la medicina basata sulle prove di efficacia). Gli esempi suggeriscono che un indistinto sí o no al rimborso di tutte le “medicine alternative” da parte del SSN non abbia molto senso: ma non è compito della politica entrare in questo campo. Il governo della medicina e della sanità, sul piano delle scelte di spesa pubblica, deve usare la scienza e quindi fondarsi sulle prove, piuttosto che sulle opinioni o le credenze filosofiche. Il rimborso delle cure si paga con le tasse dei cittadini e quindi si deve trovare un piano di controllo – condiviso – dell’efficacia di quello che lo stato decide di pagare.

Bisognerà anche attingere alle esperienze di altri paesi europei dove alcune procedure alternative fanno parte della medicina convenzionale, per esempio nei paesi anglosassoni esiste già la figura dell’osteopata che non è alternativo ma si affianca al medico tradizionale. Anche in questo caso il metodo scientifico è largamente usato nei paesi civili per determinare l’appropriatezza di una nuova terapia, procedura o intervento. Nella medicina del SSN ci sono procedure efficaci e sicure che però vengono utilizzate in maniera inappropriata e questo fa lievitare i costi della sanità. Questa sarebbe la vera innovazione nella sanità che va sicuramente controcorrente con quello che è successo negli ultimi anni.